DIRITTO & ROVESCIO

Le nuove rotte dei migranti

domenica 28 maggio 2017 Marco Ludovico/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore/Ansa

ROMA - Sulla pista dell’aeroporto di Istanbul decolla il volo per Tripoli. Tra i passeggeri, diversi bengalesi. Si preparano a un altro viaggio, molto più rischioso: un gommone per attraversare il Mediterraneo e giungere in Italia. Forse. Gli arrivi dall’Asia sono ormai ingenti e continui. È l’altra rotta dell’immigrazione insieme a quella dai Paesi africani.
Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, l’ha messa tra le attenzioni prioritarie nello scenario sull’immigrazione. I numeri sono eloquenti.
Al 25 maggio sono sbarcati in Italia 6.033 migranti del Bangladesh, uno ogni dieci stranieri arrivati (il totale è di 50.595, +33.7%). I bengalesi giunti quest’anno sono già i tre quarti di tutti quelli del 2016, pari a 8.131. I voli dalla Turchia per Tripoli sono continui. Ad attenderli, i trafficanti di esseri umani.
Si distingue, secondo informazioni di intelligence, la famiglia Dabbashi. Ahmed Dabbashi è un leader militare e criminale. La pianificazione del traffico di migranti è scientifica, non a caso molto redditizia: «A daily business», un affare quotidiano, lo definisce Europol nel suo rapporto 2017. Il bello è che nella famiglia Dabbashi c’è un fondamentalista islamico, il sindaco di Sabrata e un diplomatico di rilievo, Ibrahim. Un mix perfetto nel caos libico per l’esercizio del potere. Violento e non violento.
Ma la rotta dall’Asia si impenna anche con il Pakistan: 1.709 stranieri che hanno dichiarato questa nazionalità sono arrivati da gennaio. L’anno scorso non figuravano neanche tra le prime dieci nazionalità. Gli arrivi dal Bangladesh, invece, oggi sono balzati al secondo posto dopo i nigeriani (7.060) mentre nel 2016 erano al nono. Nessuno lo dice, ma la moltiplicazione dei flussi di immigrati dall’Asia aumenta, in teoria, il rischio terrorismo.
Minniti rifiuta l’equazione immigrazione/terrorismo. Ed è vero che la programmazione militare di un attentato esclude i pericoli di una traversata in mare. Resta il fatto che i focolai di proselitismo e militanza di Al Qaeda e Isis in Asia sono molti di più di quelli in Africa, terra principale di afflusso verso la Libia per le partenze della disperazione. Uno scenario così in fibrillazione da motivare un incremento dell’impegno del Dis (Dipartimento informazioni e sicurezza), Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) e Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna).
Così ci sono almeno due obiettivi di sicurezza nazionale e internazionale finora irrisolti, se non trascurati. L’aggressione alla filiera dell’organizzazione di trafficanti, probabilmente non limitata alla Libia ma estesa anche a monte. E la catena di distribuzione di gommoni - prodotti in Cina - e motori per attrezzare gli sbarchi. Spezzare queste sequenze potrebbe incidere sull’efficienza finora indiscussa dei trafficanti. Pronti ad aumentare a dismisura i flussi, come stanno dimostrando in queste ore.
Con due risultati molto remunerativi: dimostrazione di forza politica in Libia, potenza del business criminale. Intanto per l’Italia è inevitabile approntare il sistema dell’accoglienza in fretta e furia. Da giovedì scorso fino a ieri ci sono stati circa 10mila migranti partiti dalla Libia. I gommoni da soccorrere, più di un centinaio. Il mare davanti alle coste di Tripoli è liscio come l’olio. Con l’esperienza ormai acquisita, gli addetti ai lavori ammettono: «Arriverà a breve una pausa. Perché finiranno i gommoni da mettere in acqua». Fino alle prossime consegne di imbarcazioni ai trafficanti e in assenza di mare mosso.
Di certo il sistema di accoglienza del Viminale è in affanno come non si era mai visto. Ci sono già in ospitalità oltre 200mila rifugiati. I prefetti sul territorio sono alla ricerca frenetica di Cas, i centri di assistenza temporanea. Inutile rivolgersi ai sindaci dei Comuni dove non si fa accoglienza: non sono obbligati e meno che mai cambiano idea se sono alla vigilia delle elezioni amministrative.
Si bussa così alla porta dei centri urbani dove i migranti ci sono già. Con il rischio di accentuare situazioni già in difficoltà. Di fatto sono già saltate le quote assegnate dal piano Anci (associazione nazionale Comuni d’Italia) a tutti i centri.
E a guardare gli andamenti degli sbarchi dell’anno scorso, lo stato di emergenza operativa durerà almeno fino a ottobre. Minniti ha sempre sul tavolo il dossier Libia e nelle prossime settimane ci saranno altre azioni in questa direzione. Interlocutore decisivo è Bruxelles: l’alto rappresentante Ue Federica Mogherini segue da vicino la questione insieme al commissario Dimitris Avramopoulos. I contatti con l’Italia sono frenetici. Ma scende in campo anche il prefetto Franco Gabrielli, capo del dipartimento Ps. Per la prima volta, con una sua iniziativa, si riuniscono a Lampedusa il 7 e 8 giugno i capi delle Polizie di Italia, Francia, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia. Sono le nazioni dell’Unione affacciate sul Mediterraneo.
L’incontro non è rituale. Immigrazione e terrorismo sono l’ordine del giorno prioritario delle polizie di questi Stati. Lo scambio informativo può essere prezioso. Per l’Italia è l’occasione di riaffermare una leadership operativa quotidiana e riconosciuta dai fatti.