Accadeva Oggi

23 dicembre

    23 DICEMBRE   LA STRAGE DEL 904 Ci dovete scusare se qualche volta facciamo riferimento a nostro padre ma mai come in questo caso - vale a dire la strage del Rapido 904 avvenuta il 23 dicembre 1984 - la sua chiamata in causa è più che scusata. Come forse ci è capitato di sottolineare, nostro padre era (oggi è in pensione) il corrispondente di una nota testata e si occupava, tra l'altro, di giudiziaria. Alla stregua di ogni antivigilia di Natale, anche quell'anno i redattori accreditati presso la Sala Stampa Italiana avevano anticipato i loro servizi per tornarsene in famiglia. Non restava che fare gli auguri di stanza in stanza ai colleghi e poi ...via con il panettone. Fu un commesso, addetto al taglio delle agenzie (a quell'epoca si usavano ancora le telescriventi), a lanciare l'allarme avvertendo che era stato appena battuto un flash di appena due righe con la notizia di un grave attentato compiuto su un treno. Quella sera nostro padre non sarebbe rientrato a casa e neppure la notte. Non l'avremmo visto neanche il giorno dopo - pur essendo il 24 dicembre riposo per i giornalisti della carta stampata  - dal momento che le direzioni dei quotidiani stabilirono concordemente di uscire con una edizione straordinaria. Da nostro padre avremmo poi saputo tutti i particolari di quel gesto criminale, costata la vita a 17 persone mentre altre 165 rimasero ferite in maniera più o meno grave. Ce ne avrebbe parlato ancora per molto tempo visto e considerato che l'inchiesta giudiziaria ed i vari processi andarono avanti per ben otto anni.
La strage del 904, o strage di Natale, rientrava nella cosiddetta strategia della tensione. Era stata pianificata - anche a costo del massacro di cittadini innocenti - per distrarre le istituzioni da altri obiettivi uno dei quali era la ferma attenzione del Governo di colpire la mafia in Sicilia. Le indagini infatti appurarono in seguito che quest'ultima vi era dentro fino al collo in una ambigua commistione con la destra eversiva, con la banda della Magliana e probabilmente con schegge impazzite della P2. Qualcosa che ricordava l'agguato mortale, alcuni anni prima, al giudice Vittorio Occorsio
Il count down dell'attentato prese l'avvio nel momento in cui alla stazione di Firenze uno sconosciuto salì sul Rapido 904 per appoggiare - alla griglia portapacchi del corridoio di una carrozza ferroviaria - due borsoni riempiti di una carica esplosiva a tempo. Dagli inquirenti fu calcolato anche l'ora esatta, il tempo necessario per arrivare a San Benedetto Val di Sambro località dove esattamente dieci anni prima era stato versato il sangue di molte vittime sempre in un treno (Italicus).
Azionata a distanza con un timer, la bomba scoppiò alle 19:08 proprio mentre il rapido si trovava all'interno della galleria. I soccorsi non poterono arrivare subito dato che l'esplosione aveva danneggiato la linea elettrica, il servizio di emergenza ad ogni modo funzionò bene tanto che i feriti poterono essere trasportati negli ospedali prima che cominciasse a cadere la prima neve. Fin dall'inizio l' inchiesta, condotta per competenza dai magistrati della Repubblica di Firenze, fu orientata a seguire la pista nera e questo perché vi erano analogie con l'Italicus e con la strage alla stazione di Bologna dell'agosto 1980. Nessuno avrebbe pensato alla criminalità organizzata, meglio alla mafia. Fu solo per caso che si scoprì la completa verità. Nel marzo 1985, nell'ambito di una inchiesta legata alla malavita, erano stati arrestati il boss Giuseppe Calò e Guido Cercola e, siccome da cosa nasce cosa, ecco che da un sopralluogo in una villa a Poggio San Lorenzo (Rieti) uscirono fuori le prove che i due erano implicati con l'attentato del 23 dicembre. In una intercapedine furono scoperte due valigette contenenti apparati rice-trasmittenti, una carica di batterie, una batteria con trasformatore, cinque congegni radio, sette antenne per tali congegni, cavi, armi ed esplosivo. Quest'ultimo - il T4 - era dello stesso tipo usato per far saltare il rapido.
Il 9 gennaio 1986, al termine della sua requisitoria, il Pm Pierluigi Vigna chiedeva formalmente il rinvio a giudizio per Calò e Cercola allargandolo ad un tedesco (tale Friedrich Schaudinn) incaricato di preparare l'ordigno nonché ad altre persone (Alfonso Galeote, Giulio Pirozzi, Franco Di Agostino e Giuseppe Misso detto il boss di Rione Sanità ). Il processo di primo grado si concluse con la condanna all'ergastolo per Calò, Cercola, Galeota, Pirozzi e Misso. 28 anni invece per D'Agostini, mentre 25 anni  furono comminati a Schaudinn. Il secondo grado vide la conferma dell'ergastolo per Calò e Cercola. Ergastolo anche per Di Agostini. Assolti dal reato di strage Misso, Pirozzi e Galeota. 22 anni a Schaudinn. Questa sentenza fu annullata però dalla Cassazione che rinviava il processo ad un'altra sezione della Corte di Appello di Firenze. Quest'ultima non si discostò di molto dal precedente verdetto: ergastolo sempre per Calò e Cercola, 24 anni per Di Agostino, 22 per Schaudinn. In quanto agli altri, tutti assolti per la strage. Era il 14 marzo 1992. Quello stesso giorno, durante un agguato, l'auto sulla quale viaggiava il Galeota assieme al Pirozzi e alla moglie di Misso (Rita Sarno) all'altezza del casello per Afragola fu speronata da un'altra vettura. Ne scesero un paio di killer che fecero fuoco uccidendo il Galeota e la Sarno. Questa fu finita con un colpo di pistola in bocca. Si salvò solo il Pirozzi perché si finse morto.
Ps: nel corso di un altro giudizio fu assolto per la strage del rapido il parlamentare missino Massimo Abbatengelo la cui posizione era stata stralciata. (Veronica Incagliati)